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Pascal Lamy

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Pascal Lamy, aged 63, holds an MBA from HEC, and also studied at Sciences Po, and ENA. He began his ...
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Pascal Lamy in La Stampa about the challenges that face european construction

on October 8, 2016, 15:32
Interview - Pascal Lamy
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Pascal Lamy, our president emeritus, is interviewed by the Italian newspaper La Stampa in an article entitled: “L’Ue rischia di cadere come l’impero austro-ungarico”, October 8, 2016.
“L’Ue rischia di cadere come l’impero austro-ungarico”

L’economista: la crescita non basta, occorre una cultura comune

 Jean-Claude Juncker dice che l’Europa vive una crisi esistenziale. E lei, che ne pesna? Dietro ai suoi occhiali rossi, Pascal Lamy concede uno sguardo che vale un sorriso riflessivo: «Fortunatamente non devo fare discorsi al Parlamento europeo, dunque non ho bisogno di drammatizzare le cose». Eppure, aggiunge il francese che ha passato dieci anni al fianco di Jacques Delors quando era presidente della Commissione Ue, «è vero che in questa simultaneità di crisi differente c’è qualcosa che erode il senso dell’Europa e del suo progetto». Una tempesta complessa, argomenta. da cui si esce con le soluzioni ovvie - come investimenti e mercato - ma anche con la creazione di una visione europea vera, che sappia diffondere «un senso di appartenza» dei cittadini all’Europa. Sennò si rischia di fare ben poca strada.

In una paese dei lavori con cui l’Instituto Delors ha celebrato a Parigi i vent’anni di attività, l’economista che ha guidato anche l’Organizzazione mondiale del commercio, ragiona sull’Europa e le sue magagne. Sono gironi di maleise, c’è chi vede in questi mesi di incertezza un qualcosa di anologo a quanto accadde nell’estate del 1914, stava per succedere qualcosa di tremendo e nessuno sapeva cosa fare.

 «Non ho mai creduto che la storia offra due volte lo stesso piatto», frena il francese. Tuttavia, aggiunge con passo felpato, «le turbolenze che viviamo sono dovuto alle grandissima velocità della trasformazione del mondo occidentale. Il motore del cambiamento è l’evoluzione delle infrastrutture tecniche e informatiche. Unito al ritmo rapidissimo con cui si è affermata la globalizzazione, può ricordare le ragioni che hanno portato alla caduta dell’impero austroungarico. Ma non andrei più lontano sino a spingermi a parlare di guerre».

Non vede nemmeno un fermento simile a quello seguito alla Grande Guerra?

«E’ vero che una parte della crisi europea dipende da questa grande trasformazione e che questa, a sua volta, è imparentata con gli umori che he portarono all’affermarsi del fascismo e del nazismo. Qualcosa c’è. Poichè l‘Europa è la sola impresa umana che ha fatto la scommessa di far diventare l’integrazione tecnico-economica in integrazione politica, ci troviamo necessariamente più esposti a questo tipo di insidia».

 Doabbiamo cambiare approccio?

«Il segno dei padri fondatori, cioè che l’integrazione politica sarebbe scaturita automaticamente dall’integrazione economica richiedeva un processo alchimia formidabile. Bisogna riconoscere che non funziona».

E allora?

 «Manca un catalizzatore simbolico e culturale. Delors diceva che "non ci si innamora di un grande mercato" mentre la formula (apocrifa) attribuita a Jean Monnet - "se dovessi ricominciare, lo farei dalla cultura. Entrambi avevano ragione. E’ questo che manca. Una cultura, un movimento, uno spirito comuni.

 A proposito di leader. Come le pare Matteo Renzi?

«E’ una leadership di nuova generazione, un premier dei social network. Non è ciceroniano. Piuttosto è la leadership Facebook, una leadership "i like"»

 Come si supera al crisi?

«Conosciamo i cantieri su cui bisogna lavorare. La cresciate Europa è più bassa risposto all’America o alla Cina è perché non siamo abbastanza giovani, investiamo poco, non innoviamo a sufficienza e non siamo uniti. Abbiamo un potenziale di sviluppo da un punto e mezzo. Per alzarlo a due e mezzo oppure oltre, cioè portarlo alla soglia sociale minima per permetterci il modello sociale europeo, occorrono investimenti, gestire la demografiche, ricerca e fare le cose in modo corale».

Cosa vuol dire?

 «Guardiamo ai servizi. Abbiamo grandi potenzialità, ma non c’è un mercato unico. In America c’è. Fine della storia».

 A voler essere più pratici?

 «Bisogna riparare l’Unione monetaria, da dall’inizio che c’era qualcosa che mancava. Poi intervenire sulla sicurezza e la difesa comune, rafforzando le frontiere esterne. Infine fare qualcosa per i giovani. E’ facile dirlo come ha fatto Juncker al parlamento europeo. Intanto, però, l’Erasmus per i tirocinanti non si muove. L'Istituto Jacques Delors lo ha messo sul tavolo da due anni e tutti dicono che è una buona idea. Poi però salta fuori qualcuno che dice che costa e altri che sfoggiano l’esistenza di piccoli programmi analoghi. Senza cantare che fa notare che i giovani della periferia andranno al centro, impareranno un mestiere e resteranno lì, "rubando" il posto ai locali. Cosi non funziona davvero».

 
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