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Interview with Tommaso Padoa-Schioppa and Federico Fubini on the Irish Vote -El Corriere della Sera

on June 16, 2008, 11:12
Interview - Tommaso Padoa-Schioppa
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Interview with Tommaso Padoa-Schioppa and Federico Fubini on the Irish Vote

El Corriere della Sera, 14 June 2008.

Only available in Italian.



MILANO - Tommaso Padoa-Schioppa ha appena finito di lavorare. A Parigi, da presidente di «Notre Europe», dove è succeduto al fondatore Jacques Delors, toccava a lui trovare le parole del centro studi per un doppio esercizio di perseveranza: «Non colpevolizziamo gli elettori irlandesi, non blocchiamo le ratifiche». Qui è l'ex superfunzionario di Delors a Bruxelles che parla, un protagonista dei primi 8 anni della Banca centrale europea, non tanto l'ex ministro italiano. Vero: quando arrivano i boati dalle tivù, lui li sente e chiede chi ha segnato. Romania. Padoa-Schioppa riprende il filo: «In Europa, si sono sempre formate avanguardie per avanzare».


Gli stop della Francia e dell'Olanda nel 2005, ora quello irlandese al testo rivisto. Siamo in un vicolo cieco?


«Assolutamente no. La discussione che i capi di Stato e di governo dovranno avere potrà essere conclusiva solo quando il processo di ratifica sarà completato. Avere 26 sଠe un no non è uguale a avere 18 sà¬, un no e 8 Paesi che non hanno deciso. Il primo Stato che cercಠdi ratificare Maastricht fu la Danimarca: vinse il no. Ci fossimo fermati, oggi non avremmo l'euro».


Ma come spiega che ormai sembri impossibile far accettare un Trattato europeo agli elettori?

«Pesano vari fattori. Per cominciare, non credo che il referendum sia lo strumento adatto per decidere in materia di trattati internazionali».

Non si fa sentire anche la fuga nel localismo in risposta all'integrazione europea, soprattutto fra i ceti più

deboli?

«Certo, oggi si fa fatica a riconoscere le ragioni dell'Europa e si rafforza l'attaccamento esclusivo all'identità locale. Una parte della reazione alla globalizzazione è quella di chiudersi. Che poi ciಠriguardi le classi socialmente meno forti ha una spiegazione: alla fine dell'800, all'inizio del 900 erano considerate la punta dell'internazionalismo. Oggi invece proprio la concorrenza internazionale tende a colpire piuttosto l'industria che i servizi, più le tute blu che i colletti bianchi. E puಠessere che da qui venga una reazione identitaria e una certa miopia riguardo ai propri interessi. Ma questo non risolve il tema delle responsabilità ».


Ce l'ha con la Commissione europea, cosଠinsicura delle propria credibilità da essersi ridotta all'afasia?


«Che l'Europa soffra di mancanza di fiducia in se stessa non c'è dubbio e ciಠriguarda soprattutto il Consiglio dei ministri. Da anni chi non vuole L'Europa elabora parole d'ordine semplici e comprensibili di chi la vuole. Ma c'è una responsabilità dei cittadini, delle classi politiche e anche del sistema di chi informa e chi fa opinione». 


Insomma gli irlandesi sono degli ingrati: dopo aver beneficiato dell'Europa la affondano.


«In parte si dà per scontata un'Europa che non c'è ancora e ciಠpuಠdar luogo ad atteggiamenti di "free riding", parassitismo. Ma non colpevolizziamo gli irlandesi, dopo che i francesi hanno dato il cattivo esempio. Ci vogliono umiltà e rispetto: il ministro degli Esteri francese involontariamente ha dato una mano al fronte antieuropeo a Dublino». (Bernard Kouchner aveva offeso gli irlandesi pochi giorni prima del voto, ndr).


Se restiamo fermi al Trattato di Nizza, che Europa sarà ?


«Riabdisco: dobbiamo restare nella logica della ratifica. Del resto a Nizza ci eravamo dati un altro appuntamento proprio perché quel trattato era inadeguato. Questo problema dell'integrazione politica l'Europa se lo trascina da 17 anni, dai tempi di Maastricht, e ora viene acuito. La lezione è che, a differenza degli Stati nazionali nell'800 il processo di costruzione europeo non è condensato in un tempo breve. àˆ una dinamica lunga. Il punto è che chi aderisce al progetto, deve aderire alla dinamica non prendere solo quel che c'è, rifiutando che la dinamica continui».


Lei cosଠpropone un'avanguardia.


«L'Europa non è mai andata avanti con l'intero fronte schierato. Londra aveva un osservatore alla conferenza di Messina nel '55 ma non era a Roma nel '57 e lo Sme, il Parlamento europeo, Schengen, l'euro sono stati decisi solo da una parte dei Paesi membri. Non sarebbe una novità ». 


Parigi e Berlino competono più che cooperare. Per l'Italia che ruolo vede? 


«Dipende da noi. In passato l'Italia ha svolto una funzione essenziale a più riprese inserendosi proprio nella dialettica della leadership franco-tedesca».


Oggi la Lega celebra il «no» di Dublino, il resto della maggioranza lo considera un problema. 


«Se nella coalizione di governo ci fosse una differenza radicale su questo punto sarebbe gravissimo. Sarebbe un po' come se 40 anni fa una parte della coalizione di governo fosse stata per il Patto atlantico e un'altra contro. Mi aspettavo che la stampa vi desse risalto a questa frattura. Immaginiamoci cosa sarebbe successo in altri momenti».


Intende dire con la sinistra radicale? 


Ma dall'altra parte della cornetta, arriva solo un silenzio.


Federico Fubini - El Corriere della Sera





 





 



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